Ciclo
Antoine Reicha (1770-1836), musicista cosmopolita e visionario

Maestro di Liszt, Berlioz,
Gounod e Franck, Reicha
fu uno dei maggiori importatori
del classicismo viennese
nella Parigi della Restaurazione.

Dopo la riscoperta di opere di Étienne-Nicolas Méhul e di Charles-Simon Catel, il Palazzetto Bru Zane prosegue nella sua esplorazione dei primi decenni del XIX secolo, interessandosi ora alla figura di Antoine Reicha. Ceco naturalizzato francese, Reicha frequentò Beethoven e studiò la musica di Haydn prima di trasferirsi nella capitale francese all’epoca dell’Impero. Del suo immenso corpus di musica da camera sopravvivono nel repertorio odierno soltanto i suoi pionieristici quintetti per strumenti a fiato. Ma la qualità delle altre sue partiture, in particolare quelle dei quartetti per archi, impone che oggi si presti maggiore attenzione a pagine che costituiscono un appassionante trait d’union tra il classicismo viennese e il romanticismo francese: tanto più che Reicha, teorico impareggiabile, spinse molto in avanti le ricerche erudite sull’arte di un contrappunto visionario e di un’armonia innovatrice.

Ho sempre amato la Francia
appassionatamente,
è in Francia che ho il mio
modo di vedere e di sentire. Antoine Reicha, «Autobiografia»

Biografia

Originario di Praga, Antoine Reicha (o Antonín Rejcha) fu, oltre che uno stimato compositore, uno dei più importanti teorici e pedagoghi della prima metà del XIX secolo. Orfano di padre assai presto, ricevette la sua prima formazione dallo zio, il compositore e violoncellista Joseph Reicha. Nominato Konzertmeister del teatro di Bonn nel 1785, lo zio portò con sé il nipote, il quale ottenne un posto di flautista nell’orchestra di quell’istituzione, accanto al giovane Beethoven, allora violista. Questa fase della sua vita ebbe termine nel 1794 con l’occupazione della città da parte dell’esercito rivoluzionario francese. Antoine si recò allora ad Amburgo, poi a Parigi e infine a Vienna, ove completò la propria formazione, in particolare, presso Salieri. Nel 1808 si insediò definitivamente in Francia. Benché considerato come un compositore di musica «tedesca», grazie alla sua sapienza nel contrappunto nel 1818 fu nominato professore al Conservatorio di Parigi. Fu in questo periodo che scrisse la maggior parte delle sue opere teoriche, tra le quali il Traité de haute composition (1824-1826), pervaso da una costante preoccupazione per l’equilibrio e per la razionalità, e in cui Reicha dà prova di un’eccezionale chiaroveggenza riguardo al futuro. Il suo insegnamento aperto al progresso influenzò profondamente artisti come Berlioz, Liszt, Gounod e Franck. Naturalizzato francese nel 1829, nel 1835 ottenne la consacrazione definitiva con la chiamata all’Institut. Oggi pressoché dimenticata, la sua opera (che comprende numerosi brani per pianoforte e per strumenti a fiato) oscilla tra l’espressione di una levità ereditata dal classicismo e un gusto marcato per la sperimentazione teorica, al limite della visionarietà (Quatuor scientifique, fughe per pianoforte).




Un artista privo di gusto
è come un filosofo
privo di ragione. Antoine Reicha, «Autobiografia»

Il gusto dell’esperienza

Reicha sosteneva la necessità di superare i limiti del conosciuto al fine di perfezionare la musica del tempo. Sebbene le sue sinfonie, i suoi concerti e i suoi quartetti sembrino – almeno in gran parte – il prodotto sommamente raffinato di un’arte viennese portata al vertice, egli si è spinto molto avanti nelle ricerche armoniche e ritmiche nel campo della musica per pianoforte, lo strumento prediletto dei suoi capricci di artista. Non sapremmo se apprezzare di più l’innovazione delle «battute composte e irregolari» o le sue nuove teorie su come svolgere il contrappunto (e, in particolare, la fuga). Nondimeno, Reicha non si ferma al linguaggio musicale, ma sperimenta anche il mezzo sonoro. Eccellerà soprattutto nella scrittura per gli strumenti a fiato, padroneggiandone alla perfezione le qualità così come i limiti tecnici. La sua straordinaria maestria consiste anche nel trasformare le proprie imperfezioni in innovazioni espressive, come facevano Haydn, Mozart e Beethoven prima di lui. A tale scopo, a Parigi stringe rapporti di amicizia con alcuni dei migliori virtuosi dell’epoca, per i quali scrive i suoi quintetti per strumenti a fiato e altra musica da camera: il flautista Joseph Guillou, l’oboista Gustave Vogt, il cornista Louis-François Dauprat, il clarinettista Jacques-Jules Bouffil, il fagottista Antoine-Nicolas Henry. Prima di Onslow, Reicha è stato in effetti il vero cantore di questo genere musicale, che in seguito non ha smesso di ispirare numerosi autori.

Ho sempre avuto una grande
inclinazione a fare cose straordinarie
nella composizione. Antoine Reicha, «Autobiografia»

Un teorico meticoloso

Tra i numerosi trattati di composizione scritti da Reicha, uno può essere considerato il suo testamento: L’Art du compositeur dramatique ou Cours complet de composition vocale, pubblicato nel 1833. Peraltro, il suo primo testo, il Traité de mélodie (1814), pubblicato prima del suo ingresso al Conservatorio, fu ristampato undici volte e tradotto in varie lingue: dunque, non si tratta certo di una prova giovanile estemporanea. Il suo Traité de haute composition musicale, del 1824, provocherà numerose reazioni e polemiche nel mondo musicale conservatore e accademico, in particolare da parte di Cherubini (allora direttore del Conservatorio) e del musicografo belga François-Joseph Fétis. Ma Reicha non se ne formalizzò e continuò a innovare, sperimentare, diffondere le proprie idee. Scriverà: «Sono sempre stato spinto dal desiderio di comporre qualcosa di straordinario… Non ci riuscivo mai così bene come quando osavo combinazioni e sfruttavo idee alle quali i miei predecessori non avevano mai pensato». Tale profusione di invenzioni metteva a disagio alcuni suoi colleghi. «Il signor Reicha tende troppo a sperperare le proprie idee, la sua musica dimostra una mancanza di padronanza della forma»: questa l’opinione di Louis Spohr.

Scritti di teoria musicale

Un importatore di stili

Reicha è l’esempio perfetto di una figura di transizione che non ha né rinnegato il passato né ignorato il futuro. Fa da tramite anzitutto tra l’arte germanica e l’insegnamento musicale francese, restio tanto all’armonia beethoveniana quanto alla cantabilità rossiniana. «L’eccellenza dello stile viennese modifica la definizione e la percezione della musica», dichiarò, dedicando a Haydn e a Mozart un culto testimoniato da molta parte della sua musica da camera. Non inferiore, tuttavia, è il valore di Reicha pedagogo, docente generoso e fiducioso del talento dei suoi migliori allievi, ai quali lascia in eredità la sua selezione delle teorie classiche, rivisitate in base alle proprie esperienze. Ascoltando con attenzione la sua musica orchestrale, qua e là si avverte l’ispirazione che vi avrebbe trovato Berlioz, per quanto appassionato di libertà e preso dal proprio individualismo. Non a caso, all’indomani della morte di Reicha, Berlioz scriverà: «Sempre tranquillo nel suo procedere, sordo alle critiche, poco sensibile agli elogi, esteriormente attribuiva importanza soltanto ai successi dei giovani artisti dei quali gli era stata affidata la formazione presso il Conservatorio e ai quali faceva lezione con tutto l’impegno e tutta l’attenzione possibili» («Journal des débats», 3 luglio 1836).

Il sentimento
è l’unico oggetto
della musica. Antoine Reicha, «Autobiografia»

DISCHI