Ciclo
Charles Gounod (1818-1893), dalla chiesa all'opera

In occasione del bicentenario
della nascita del compositore,
il Palazzetto Bru Zane si propone
di far conoscere meglio un musicista
che non fu soltanto l’autore
del "Faust" e di "Roméo et Juliette"...

Gounod è giustamente considerato l’apostolo di un romanticismo lirico, sensuale e seduttivo. Dal rapito stupore dell’«aria dei gioielli» del Faust al candore pastorale di Mireille passando per la voluttuosità della scena del giardino in Roméo et Juliette, il compositore ha saputo cogliere e tradurre in musica i palpiti dell’anima umana vittima dell’amore, sia esso folgorante o contrastato. Ma Gounod non fu solo il cantore del desiderio: l’obiettivo del ciclo che il Palazzetto Bru Zane gli dedica è appunto mostrarne tutti i diversi aspetti. E dunque, composizioni poco note (il Concerto per pianoforte con pedaliera, la trascrizione da Mozart per coro a cappella) affiancheranno un evento quale la prima creazione in tempi moderni della sua ultima opera lirica, Le Tribut de Zamora; al contempo, verrà rivolto uno sguardo nuovo a brani più famosi, in particolare la prima versione del Faust con testi parlati, interpretata con strumenti d’epoca.

La sua musica è divina
tanto quanto la sua persona
è nobile e distinta.
Gounod ha un immenso avvenire. Pauline Viardot

Biografia

Orfano di padre (un pittore) dall’età di cinque anni, Charles Gounod fu cresciuto dalla madre, che lo iniziò alla musica prima di affidarlo al celebre Antoine Reicha. Dopo avere seguito studi classici coronati dalla maturità in filosofia, entrò nel 1836 al Conservatorio avendo per maestri Halévy per il contrappunto e Le Sueur e Paër per la composizione, vincendo il suo primo prix de Rome nel 1839. Benché per un po’ avesse meditato di prendere gli ordini religiosi – il che conferma l’autenticità della sua devozione, dalla quale deriverà un notevole corpus di opere di carattere sacro –, alla fine la passione per il teatro ebbe la meglio. La sua prima prova, Sapho (1851), ebbe scarso esito, ma gli valse, l’anno dopo, la commissione per una musica di scena da parte della Comédie-Française: Ulysse. Seguirono presto La Nonne sanglante (1855), Le Médecin malgré lui (1858) e soprattutto il Faust (1859), capolavoro indiscusso della musica francese. Nessun altro suo lavoro, tranne forse Roméo et Juliette (1867), uguaglierà in seguito il successo e la fortuna presso i posteri di quest’opera ispirata al dramma di Goethe. Con fortune diverse, verranno La Colombe e Philémon et Baucis (1860), La Reine de Saba (1862), Mireille (1864), Cinq-Mars (1877), Polyeucte (1878), Le Tribut de Zamora (1881). Celebrato come vera e propria gloria nazionale, eletto all’Institut nel 1866, Gounod segnò profondamente la sua epoca con la sua particolare sensibilità e il suo impressionante catalogo, ampiamente dominato dalla voce, pur con importanti incursioni in ambito orchestrale e nella musica da camera.

Riferimenti cronologici

Parigi / Roma / Vienna / Londra

A differenza di artisti come Liszt o Saint-Saëns, Gounod non fu un viaggiatore avventuroso; la sua natura piuttosto sedentaria gli fece preferire soggiorni di lunga durata in alcune capitali europee. Non si avventurò mai di sua iniziativa nei vari spostamenti di cui è costellata la sua vita. Il suo soggiorno in Italia fu dovuto alla vittoria nel concorso del prix de Rome (1839): stabilitosi per diversi mesi a Villa Medici, ebbe modo di familiarizzare con Ingres, che allora ne era il direttore e che lo istruì nei dogmi classici. «Non ho mai visto nessuno ammirare più cose di lui, proprio perché egli vedeva meglio di chiunque altro in che modo e per quale ragione una cosa è degna di ammirazione. Era però prudente; sapeva fino a che punto i giovani, durante la loro formazione, rischino di invaghirsi, di infatuarsi, senza discernimento e senza metodo», noterà Gounod nei Mémoires d’un artiste. Da Roma il giovane compositore si trasferisce a Vienna, ove rimarrà per poco tempo. Ma è lì che scrive opere che fondano lo stile della sua maturità, in particolare due lavori importanti: il Requiem in re minore e la Messa vocale per coro a cappella, testimonianza di un primo contatto con lo stile di Palestrina. Se Gounod risiede lungamente a Londra negli anni Settanta del XIX secolo, è perché vi è, ancora un volta, spinto dalle circostanze: la guerra franco-prussiana non lo fa sentire al sicuro in Francia. Tale soggiorno vedrà nascere opere capitali come Mors et Vita, uno degli oratori più ambiziosi dell’intero repertorio romantico francese, nonché l’opera lirica Polyeucte e la cantata Gallia. Ma Gounod visse soprattutto a Parigi, città di cui le sue opere erano per così dire l’ornamento lirico, simboli del romanticismo giunto all’apice, applaudite da tutta l’Europa.

La musica sacra in qualche data:

L’aspetto mistico

A Gounod non interessava solo la musica: il suo idealismo per poco non lo spinse a scegliere la via della religione. Ci andò comunque vicino, ed è probabilmente a sua madre che si deve il suo orientamento finale. Nel periodo in cui egli risiedeva a Villa Medici, la signora Gounod si preoccupava regolarmente degli slanci mistici di quel figlio che conosceva bene, e, con discrezione, gli chiedeva: «Non so dove vorrai abitare quando ritornerai. Vicino alle Missioni o dalle parti dell’Opéra?» Nondimeno, Gounod seguì corsi di teologia in abito ecclesiastico, ma alla fine scrisse: «Mi ero stranamente sbagliato sulla mia effettiva natura e sulla mia vera vocazione». L’attrazione esercitata su di lui dalla religione gli ispirò un importante numero di pezzi sacri di notevole qualità. La Messe de sainte Cécile – la sua pagina più famosa in tal senso – ha fatto ombra a lavori più ambiziosi, rimasti ingiustamente nascosti: diversi requiem, oratori come Rédemption e Mors et Vita, numerosi mottetti in vari stili, dal neo-palestriniano al romanticismo più moderno. Tra gli ultimi lavori del compositore, solo in tempi recenti il piccolo oratorio Saint François d’Assise è stato fortunatamente riscoperto. Secondo Saint-Saëns, l’aspetto sacro dell’opera di Gounod era quello che più meritava di sopravvivere alla prova del tempo, sebbene la posterità gli abbia preferito il Faust e Roméo e Juliette. A questa musica sacra è stato rimproverato di avere più spesso gli accenti dell’amore profano che quelli dell’adorazione biblica. Il fatto è che Gounod canta gli uni e gli altri con la stessa sincerità, la sincerità di una semplice creatura umana di fronte ai misteri dell’esistenza.



Dio ha creato tre cose belle:
la musica, i fiori e le donne.
Sono queste le cose
che io ho sempre cantato. Charles Gounod, «Mémoires d’un artiste»

L’eterno femminino

Come Massenet dopo di lui, Gounod fu il cantore della donna e delle sue passioni. La sua stessa esistenza fu sconvolta da incontri che ne scandiscono il corso per quasi cinquant’anni: Maria Malibran, Pauline Viardot, Fanny Mendelssohn, Georgina Weldon, Adèle d’Affry, Anna Zimmerman… Tutte furono sue confidenti o muse ispiratrici. Il temperamento focoso di Gounod spiega le lettere appassionate che oggi fanno memoria di quelle relazioni dai confini spesso ambigui. Ma la prima donna della lista altri non è che la madre del musicista, Victoire Gounod, che sorveglierà la sua educazione musicale con zelo infaticabile, talora addirittura ossessivo. Gounod, che si intuisce spesso infastidito dall’onnipresenza materna, renderà tuttavia un giusto omaggio a colei che fece tanto per lui, scrivendo alla fidanzata: «Mi ha amato tanto che, in due, non basteremo a restituirle tanto amore». Tale firmamento di muse ispiratrici è esaltato nelle opere liriche del compositore, tutte concentrate intorno a una figura femminile. A parte le tre matrone ribelli del Médecin malgré lui, le sue protagoniste saranno Saffo la poetessa, Marguerite la giovane indifesa, Juliette e la fragilità dell’amor profano, Pauline e la grandezza dell’amor sacro, Balkis, regina di Saba, e la debolezza dei sensi, e infine Mireille, la più innocente di tutte. In questo 2018 riprenderanno vita le ultime donne dell’universo di Gounod che non erano ancora ritornate alla ribalta: Xaïma e Hermosa, le eroine della sua ultima opera lirica, Le Tribut de Zamora.

L’uomo di teatro

La madre di Gounod aveva avuto l’accortezza di infilare tra i bagagli del giovanotto in partenza per Roma il Faust di Goethe, tradotto da Gérard de Nerval. In seguito, Le Médecin malgré lui (opéra-comique del 1858) rispose a una preoccupazione che la signora Gounod aveva espresso sin dal ritorno del figlio da Villa Medici: non rinchiudersi nel genere serio. Come si può vedere, anche nel campo dell’opera lirica, così come in molti altri, Gounod deve molto alla madre. Accusata di accademismo dai sostenitori della modernità a tutti i costi, la produzione lirica dell’artista attesta peraltro due sue qualità fondamentali: l’unità di un pensiero stilistico personale e un temperamento versatile, capace di comprendere la specificità di ogni suo libretto. Le melodie e le armonie caratteristiche del suo stile sono parecchie, tuttavia il modo in cui egli costruisce le arie, le scene d’insieme e i finali sorprende ogni volta. Generoso quanto a riprese e sviluppi ambiziosi nei suoi grands opéras, egli è invece parsimonioso nel genere del demi-caractère (per esempio in Cinq-Mars o in Philémon et Baucis), in cui suole introdurre romanze da salotto («Si le bonheur» di Siebel nel Faust) e melodie orchestrate («Ô ma lyre immortelle» di Saffo o «Nuit resplendissante» di Maria Gonzaga). Scrive volentieri per ogni tipo di voce, ma prediligerà sempre il tenore drammatico da opéra-comique (Romeo, Vincent, Faust, Cinq-Mars) e il soprano lirico dagli accenti commoventi (Mireille, Marguerite, Juliette), registro pensato per la divina Caroline Miolan-Carvalho, moglie del direttore del Théâtre-Lyrique.

La Francia possiede un repertorio
di musica drammatica d’immenso
valore, ma non lo sa apprezzare
per quello che realmente vale. Hector Berlioz

Le Tribut de Zamora

Dopo Cinq-Mars (1877) e Polyeucte (1878), nel 1881 Gounod si cimenta un’ultima volta nell’opera lirica con il suo lavoro sicuramente più ambizioso: Le Tribut de Zamora. Per la prima volta affronta un soggetto esotico e, per certi aspetti, «pre-naturalista». L’azione si svolge nel X secolo in Spagna e, a partire dal secondo atto, in «un luogo pittoresco sulle rive dell’Oued El Kédir, di fronte a Cordova». Gounod, fino a quel momento noto soprattutto per i suoi pastiches neoclassici (Le Médecin malgré lui e Cinq-Mars) e per il suo romanticismo appassionato (Faust e Roméo et Juliette), ha qui modo di dimostrare il proprio talento di orchestratore e di colorista; produce così un peplum nella tradizione del grand opéra alla francese, non senza aggiungervi il tocco originale di un personaggio folle (la spagnola Hermosa), che ritrova la ragione dopo svariate avventure dagli esiti alterni. Nonostante un chiaro successo in occasione della prima, Le Tribut de Zamora è sprofondato nell’oblio, e oggi merita assolutamente di essere riportato in vita, non foss’altro che per riascoltare il travolgente inno nazionale «Debout! Enfants de l’Ibérie». In quest’opera si apprezza proprio quello che certi detrattori le rimproverarono: l’irresistibile lirismo del Faust e di Roméo et Juliette.

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