Ciclo
I musicisti nella Grande Guerra

Contrariamente a un diffuso luogo comune,
la vita musicale in Francia tra il 1914 e il 1918
non si è interrotta: anzi, si è adattata alle difficoltà
del periodo con una creatività sorprendente
e ha partecipato, a suo modo, agli slanci patriottici.

La guerra, combattuta nel territorio nazionale o al di là dei confini, ha lasciato un segno su tutte le generazioni di francesi che si sono succedute dal periodo rivoluzionario fino al secondo conflitto mondiale. Gli spazi più prestigiosi della vita musicale del Paese, pur programmando solo in via eccezionale le musiche composte appositamente per i combattimenti, si fanno tuttavia portavoce delle preoccupazioni belliche. L’attività musicale è fortemente rallentata nel 1914 e all’inizio del 1915, ma riprende vigore per esprimere il sostegno del mondo delle arti agli eserciti della Repubblica. Il patriottismo che prende sempre più piede tra i francesi si inserisce anche nei dibattiti di natura estetica: in seguito alla sconfitta di Sedan (1870), la neonata Société nationale de musique rivendica un’arte francese (“Ars gallica” è il suo motto) degna di emulare quella tedesca. Il dibattito si riaccende nel 1914, nel momento in cui, grazie a Ravel, Schmitt, Cras, Magnard, Caplet, Vierne e molti altri, la stagione del romanticismo si chiude.

Credo che il trionfo di certe idee
valga la perdita della nostra tranquillità
e persino della nostra vita. Albéric Magnard, Lettere, 1914

Distanziamento

Per cautela politica o necessario distacco artistico, le opere destinate ai teatri lirici o ai salotti non trattano direttamente i conflitti contemporanei, ma si appoggiano su testi antichi, oppure raccontano guerre da tempo terminate: in questo modo si ha il grande vantaggio di poterne trarre degli insegnamenti. All’alba del XX secolo, la creazione di una sorta di “anti-Bayreuth” nelle arene di Béziers o di Arles e al teatro di Orange, vede fiorire un repertorio patriottico che cela a malapena il proprio impegno dietro il distanziamento cronologico: di questo genere è, per esempio, Les Barbares di Camille Saint-Saëns. Saràla Grande Guerra del 1914 a segnare la vera svolta rispetto a tale atteggiamento: la musica composta in quel periodo non teme più di descrivere l’attualità (La Cathédrale blessée di Mel Bonis o Évocation 1915! di Théodore Dubois, in relazione al bombardamento di Reims) o di rendere omaggio a persone scomparse (il Quintetto con pianoforte di Louis Vierne, dedicato al figlio morto per la patria). I programmi dei “concerti patriottici” prevedono inni, cori e cantate composti per l’occasione, ma anche veri e propri monumenti dell’arte francese che ancor oggi si riascoltano con entusiasmo. Non è da meno la promozione della musica antica, con riprese di Rameau e di Lully, ritenuti i padri del repertorio nazionale. Ferve il dibattito sul divieto di eseguire Beethoven, Weber, Mendelssohn, Schumann e, beninteso, Wagner.

Cronologia

Quale posto ha la musica durante la guerra?

Durante i primi mesi del conflitto ogni attività musicale si interrompe: le orchestre sono decimate dalle chiamate alle armi e il pubblico non è più dell’umore di divertirsi. Per i compositori, scrivere musica perde ogni senso, come testimoniano Théodore Dubois – «Comporre? Che cosa? Su quale soggetto? A che scopo?» (Journal, 1914) – o Paul Dukas: «La musica è la cosa cui ho pensato meno da dieci mesi a questa parte» (Le Cri de Paris, 1915). Tuttavia, a partire dalla fine del 1914, a Parigi e nella periferia riprendono i concerti. Un’ordinanza del 23 novembre autorizza la riapertura dei luoghi di svago a determinate condizioni (ottenimento di un’autorizzazione preliminare, obbligo di sottoporre il programma al visto della prefettura, versamento di una parte dei ricavi a opere di beneficenza). Ai tradizionali incontri musicali si aggiunge una quantità di iniziative patriottiche, come le “Matinées musicales” inaugurate il 29 novembre al Grande Anfiteatro della Sorbona, con l’orchestra della Società dei Concerti del Conservatorio. Il 6 dicembre successivo, le orchestre Colonne e Lamoureux si fondono per mancanza di strumentisti e riprendono la loro attività nella sala Gaveau. Alla stessa data, l’Opéra-Comique inaugura una serie di matinées. Ma sarà il mese di gennaio 1915 a segnare la vera ripresa dello svago musicale a Parigi, in particolare per quanto riguarda il repertorio “colto”. Durante la Grande Guerra, dunque, la musica non ha smesso di esistere!

Ripresa della vita musicale nel 1914-1915

Rigenerazione

Al di là di un certo spirito di rivalsa sul nemico, diversi compositori di una certa età– reliquie viventi di un romanticismo punzecchiato dalla nuova Scuola – coltivano l’idea secondo la quale, come spiega la musicologa Charlotte Second-Genovesi, l’esperienza della guerra offrirebbe la felice prospettiva di una purificazione dei costumi, per mezzo dell’esaltazione dei valori patriottici, dell’eroismo e della grandeur. Scrive Théodore Dubois: «Credo che la mentalità francese si modificherà sotto l’influenza dei tragici eventi che ci opprimono!». Su questa linea, non si può non ricordare la posizione di Mme de Saint-Marceaux, grande mecenate delle arti, che qualche mese prima aveva osservato: «Occorre credere che abbiamo bisogno di questa grande lezione per rigenerare il nostro Paese. […] La guerra è mostruosa e sublime, esalta i sentimenti, rende eroi anche esseri inferiori». E Dubois prosegue: «Vorrei che il nostro teatro fosse meno dipendente dal teatro straniero. […] Il periodo che verrà dopo la guerra potrà liberarci da questa servitù, potrà rigenerarci, risollevarci». In queste ultime parole si delinea la questione, a quel tempo fortemente sentita, del rapporto con i repertori e le influenze straniere in Francia, specialmente riguardo ai fervori wagneriani. Nell’autunno del 1915, la Germania è teatro di una distinzione morale tra i partigiani della Zivilisation, legata al progresso materiale proveniente dall’esterno, e i difensori della Kultur, che si concentra sui valori etici, estetici e spirituali della nazione. All’epoca molti artisti prendono parte alla discussione. «Non può essere questione di ripudiare, da parte nostra e delle giovani generazioni, quella “classicità” che costituisce uno dei monumenti immortali dell’umanità, ma è necessario condannare al silenzio la Germania moderna pangermanista» (Charles Tenroc).

Focus su Jean Cras

Tra le figure più importanti del festival di primavera, Jean Cras (1879-1932) occuperà un posto particolare. Nato e morto a Brest, il compositore è indissociabile dall’elemento marino, più ancora di Rimskij-Korsakov e di Roussel. Pur avendo manifestato molto presto attitudine per la musica, egli porta avanti la tradizione di famiglia entrando, nel 1896, nella Scuola Navale. Durante un soggiorno a Parigi nel 1900 conosce Henri Duparc, il quale, colpito dal suo talento, gli dà quasi quotidianamente lezione per tre mesi (sarà peraltro la sua unica formazione in composizione). Prosegue tuttavia la carriera militare, dimostrando un coraggio che durante la Prima guerra mondiale gli varrà una decorazione. Nel 1931 è promosso contrammiraglio, poi maggior generale del porto di Brest. Il mare gli ispira molte partiture, come i brani orchestrali Journal de bord (1927) e Soirs sur la mer (1929) o il “dramma lirico” Polyphème (1912-18). Quest’opera – l’unica scritta da Cras – consegue nel 1921 il primo premio del Concorso musicale della Città di Parigi, il che fa sì che venga rappresentata all’Opéra-Comique l’anno dopo. Essa procura al compositore quel riconoscimento che ancora gli mancava. Nonostante la sua carriera “bicefala”, Cras segue le correnti artistiche del tempo, pur rivendicando la propria indipendenza. Inizialmente impregnata dell’influenza di César Franck, la sua musica assume a poco a poco colori sempre più impressionisti, con una mescolanza di riferimenti alla cultura celtica e alla fede cattolica. Si tinge anche di esotismo, a ricordo dei suoi viaggi in contrade lontane: lo attestano L’Offrande lyrique su poesie di Tagore, il Quintetto per archi e pianoforte, la Suite per flauto e arpa o il Quintetto per flauto, arpa e trio d’archi.

Per me, comporre significa
obbedire a una volontàsuperiore. Jean Cras

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